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Sanità, pannoloni per i morti e carrozzine comprate 2 volte

Una serie di interventi riguardanti la il Servizio Sanitario pubblico pubblicati sulla rubrica “Dillo al Messaggero” dell’8 febbraio 2009.

ROMA (8 febbraio 2009) - «Per vent’anni ho lavorato in una Asl, funzionario alla Roma B. Ho visto buttare milioni di euro sotto forma di letti ortopedici, materassi, carrozzine, montascale. Materiale mai usato, uno sperpero senza vergogna. Ci sono ditte che vanno a recuperare tutto questo bendiddio quando è ancora avvolto nel cellophane e lo rivendono come nuovo. E sempre alle Asl, che così lo pagano due volte.Tanto nessuno controlla, nessuno registra, non esiste una fascicolazione, a volte non s’annota neanche il numero del libretto che accompagna le forniture a casa del paziente».
Ogni Asl è una repubblica a sé. Ha suo codice, un modulo, un sistema, una lente deformante per interpretare a sua immagine e convenienza le norme. Alessandro Moriconi, 60 anni, ne faceva parte: ufficio protesti e riabilitazione. Non era ancora andato in pensione quando un anno e mezzo fa scrisse ai suoi capi e al presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo per raccontare lo sperpero a cui stava assistendo senza ricevere alcuna risposta. «Mi sono messo nei panni del cittadino: com’è possibile con un buco di bilancio miliardario comportarsi così?».

PANNOLONI AI MORTI. Chiunque abbia esperienza di Asl sa cos’è la “guerra dei pannoloni” Una sfida al massimo ribasso. Vincere la gara per le ditte non vuol dire soltanto fornire morbido fluff agli anziani e agli incontinenti. Ma soprattutto entrare in contatto con una platea potenziale di tre milioni di pazienti. Ovvero: erogare un servizio, rifornirli a domicilio. Entrare nelle case per uscirne solo alla fine, e anche dopo se il paziente viene a mancare ma la fornitura è prevista per 12 mesi.

IL “CORREDINO”. Le aziende più spregiudicate mandano i loro rappresentanti in giro. Spiegano ai clienti che volendo si può avere gratis oltre al pannolone anche tutto il resto: letto elettrico, materasso anti-decubito, carrozzina. Come fare e a chi rivolgersi. Ed ecco il “corredino”. Ci sono Asl che richiedono prescrizioni valide di anno in anno. Quattro pannoloni al giorno per 360 giorni. Una valanga morbida che travolge le famiglie. «Perché il ragazzo che bussa al citofono e urla “pannoloni...!” è un insulto alla nostra privacy ma soprattutto non aiuta noi parenti a elaborare il lutto», scrive su un blog una moglie che ha perso il marito. «Come responsabile Asp ho iniziato a occuparmi dei magazzini - rivela Patrizia Toraldo di Francia, ex direttore amministrativo del San Camillo - ho visto che alcune Asl continuavano a passare pannoloni a pazienti che se vivi oggi avrebbero avere 95 anni. Un errore, chiaro, può capitare ma è comunque significativo che accada», conclude, la Toraldo di Francia. In passato fu chiamata a guidare un Osservatorio sui prezzi che non ha mai visto la luce.
«Me li portano, e io ’sti pannoloni li regalo alle suore delle case di cura», ammette, Rossana Perini, presidente di un’associazione che opera in Lombardia. «Non sapevo più dove metterli, ho una casa piccola», racconta Barbara, signora romana che per risolvere il problema ha scritto invano a destra e manca. «Inoltre - aggiunge - gli ultimi prodotti erano di pessima qualità, averli o non averli era la stessa cosa, mio fratello non sapeva che farsene».

INCONTINENTI IN RIVOLTA. E qui si apre un altro capitolo. La qualità delle forniture. Una ditta specializzata che sta vincendo svariate gare in tutta Italia si è trovata al centro di un durissimo contenzioso. In Sardegna, nel Comune di Macomer, ai pannoloni è stata dedicata addirittura una seduta del consiglio comunale. Ai raggi X è finita la quantità di polimeri assorbenti inseriti nel contestatissimo “presidio monouso”, il tipo di materiale plastico utilizzato, i disagi causati alla popolazione.
E le Asl? Alcune si difendono sostenendo di essersi affidate alla Consip, la società per azioni del ministero dell’Economia che gestisce in rete gli acquisti centralizzati della PA. Risultato: Guardia di Finanza e Corte dei conti indagano.

ANNUNCI SPECIALI. Ci sono poi le offerte speciali. Montascale a ruote (costo 3700 euro); macchine per la ventilazione polmonare assistita (1600 euro circa), letti elettrici, materassi speciali. Gli invalidi, che nel nostro Paese sono 2 milioni e 700 mila, in particolari casi ne hanno diritto. Vengono assegnati in comodato d’uso e quasi mai restituiti.
La sanità regionale che pure affoga nei debiti non sa che farsene. Basta controllare sui giornali specializzati in inserzioni per verificare la vivacità di questo mercato. E trovare annunci come questo: «Sedia a rotelle richiudibile con ruote senza camera d’aria, braccioli e poggiapiedi estraibili, usata solo 3 volte, perfetta, vendo 350 euro. Trattabili». Ma c’è di tutto: letti elettrici con telecomando, sponde estraibili, stock industriali di pannoloni, sollevamalati, etc, etc, astenersi perditempo.
La filosofia di un piano sanitario non può essere mirata solo alla riduzione degli sprechi. Ancora più importanti sono la programmazione, l’indirizzo, il controllo. Ma Cecilia Bonaccorsi Pimpinelli, presidentessa dell’associazione ”Con i miei occhi” non voleva crederci quando si è sentita rispondere che il letto computerizzato, ultratecnologico, con microchip che fanno cambiare la posizione del bambini, pur essendo ancora in garanzia, se si era rotto andava sostituito. «Ho insistito, lavoro nel campo farmaceutico, so che questi ausili sanitari costano almeno 12 mila euro, ma non c’è stato niente da fare».

COMPUTER SBAGLIATI. Cose che capitano se si vive “alla grande”, senza badare ai centesimi. Cosa volete che siano 12 mila euro in più o in meno? Mauro Pichezzi è il presidente dell’Associazione “Viva la vita” che assiste i malati di Sla, sclerosi laterale amiotrofica. «Dopo una lunghissima attesa siamo riusciti a ottenere 6 comunicatori ad alta tecnologia dalla Asl RmD che ha attinto da un fondo speciale. Ognuno costa 19 mila euro. Ma non vanno bene. Sono stati comprati senza un’analisi specifica del bisogno, così 4 computer restano imballati nei loro cartoni, 76 mila euro che stanno lì a impolversarsi».
Risposta della Asl RmD: «Siamo una capofila, riceviamo richieste precise, tipologia, caratteristiche, quasi su misura per gli ammalati. Quelli che noi abbiamo acquistato vengono utilizzati, se poi qualcuno non lo fa e non lo ce lo dice non possiamo farci niente».

SENZA RICICLO. Mancato utilizzo e mancato riutilizzo dei “presidi protesici” sono due facce della stessa medaglia. Le sedie a rotelle o non si ritirano o vengono ammucchiate in improbabili magazzini prima di rottamarle (mentre c’è chi aspetta per averne una e nei pronto soccorso dei grandi ospedali è difficile trovarle). Nel 2004 la giunta regionale del Lazio adottò una delibera per il recupero e il riciclo degli ausili sanitari. La firmarono la Federlazio e dunque anche il presidente degli Orthoprotesici Piero Ciolli: «Prevedeva una fase di sperimentazione di due anni, purtroppo però non è mai stata applicata. Chi non l’ha voluta? Noi eravamo pronti, rappresentiamo le piccole e medie aziende che lavorano onestamente da anni e aspettano anni per avere i rimborsi dalla Regione. Avevamo calcolato che per ogni presidio recuperato l’ente locale avrebbe risparmiato circa la metà».

CHINA EXPORT. Il 3 febbraio, nel corso di una audizione, la Federlazio ha ribadito la volontà di riaprire quel discorso e lamentato la mancata applicazione della sentenza del Consiglio di Stato n.1353/2008 concernente le procedure pubbliche di acquisto dei dispositivi sanitari. Per adeguarsi le Asl dovrebbero bandire le gare solo per fissare il prezzo massimo e lasciare il diritto di scegliersi il fornitore al’utente con un ribasso massimo del 20%. È rimasta inapplicata (anche perché in Sicilia il consiglio di giustizia amministrativa nel frattempo ha affermato l’esatto contrario).
Che fare, allora? «Servono nuove regole per tutta la filiera - sostiene Claudio Territi, che rappresenta la Fioto, la Federazione italiana tecnica ortopedica, 136 aziende iscritte - ; ci sono ditte serie che producono buoni prodotti e altre che operano in un altro modo. Faccio parte della Commissione di controllo:non si è mai riunita». Alle gare partecipano solo i “pesci grossi”, gli unici a poter essere competitivi con le tariffe previste dal vecchio Nomenclatore che fu varato dall’ex ministro Bindi nel 1999. L’articolo 11 ne stabiliva la validità triennale e «la contestuale revisione dei dispositivi erogabili». Invece, un decennio dopo, tutto è rimasto come prima, anche se il mercato è cambiato e con il mercato anche le aziende. Chi fino a ieri forniva solo ossigeno ora, pur di partecipare alle gare, s’è messo a distribuire anche letti e materassi. I fornitori si sono trasformati in produttori. «Sui dispositivi sanitari c’è scritto CE - confessa i suoi dubbi un operatore del settore - : certifica la provenienza europea o vuol dire China Export?».

Fonte: Il Messaggero (08/02/2009)


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