La storia: "Io, vecchio e cieco, salvato da un 'angelo'"
In città lo chiamano Angiolino: "Poco dopo il terremoto sono venuti due giovani che hanno sfondato la porta di casa e mi hanno portato via. Uno di loro si chiama Gabriele".
L'Aquila - Trenta o quaranta pazienti sotto due grandi tendoni. Sono anziani e sofferenti nell'ospedale da campo allestito davanti a quello che era l'ospedale de L'Aquila, parzialmente crollato con il sisma. Tra loro c'è un anziano: è non vedente, Angiolino lo chiamano in città. "La mia badante è scappata quando c'è stato il terremoto - racconta all'Adnkronos - ma la vita ha voluto salvarmi. I miei occhi non vedono più da tempo, poco dopo il terremoto sono venuti due giovani che hanno sfondato la porta di casa e mi hanno portato via. Dei miei angeli - spiega - so solo che uno di loro si chiama Gabriele, l'ho sentito chiamare per le scale. Dite voi grazie per me a quei ragazzi".
Di storie così ce ne sono tante, tra flebo e scatoloni di medicinali che le infermiere e i medici dispensano sulla collina sempre piena di vento. C'è la storia di Andreina, 89 anni, un tumore. "Noi abitavamo al terzo piano - ci spiega la figlia - l'abbiamo presa in braccio e accompagnata al pronto soccorso. Ma lì c'erano tutti calcinacci, dopo un po' ci hanno messo nella cappella dell'ospedale e da ieri siamo qui. Mia madre mi ha messo al mondo, io ho rischiato la vita per salvarla: era giusto così".
Per Marco Pozone, direttore della geriatria dell'ospedale de L'Aquila, "stiamo facendo tutto il possibile per gli anziani. Ne erano ricoverati 80, la gran parte allettati, quando l'ospedale è stato evacuato. Purtroppo - racconta - hanno dovuto trascorrere la mattinata sui materassi, a terra, perché le scosse si susseguivano forti. Qui sono arrivati anche altri malati, con fratture da schiacciamento, ma senza confusione abbiamo saputo gestire l'emergenza. Ora vogliamo soltanto dei posti dove curare la gente, soprattutto i pazienti ammalati di sclerosi multipla".
A poca distanza c'è un altro medico: è un'oncologa, Paola Lanfiuti, che racconta: "Stiamo dirottando in altri ospedali centinaia di pazienti che non possono sospendere la chemioterapia. Uno di loro - dice non trattenendo le lacrime - una volta raggiunto l'ospedale di Chieti, ha voluto chiamarmi per sapere se la mia casa c'era ancora. Invece di pensare al suo male, mi offriva la sua casa perché soprattutto in queste ore drammatiche gli sono stata vicino. Storie così si possono vivere soltanto sul campo".
Fonte: Adnkronos (07/04/2009)