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Inaugurare il massimo festival del pianeta con un film intitolato Blindness, "Cecità"

Inaugurare il massimo festival del pianeta (Cannes, ndr) con un film intitolato Blindness, "Cecità", suona ironico o forse temerario. Portare sullo schermo il romanzo omonimo del Nobel portoghese José Saramago (Einaudi) non era meno azzardato. Troppe idee troppe astrazioni per non rischiare la Grande Metafora.

Ma soprattutto troppi precedenti per non suscitare comparazioni sconvenienti.
Quante volte abbiamo visto la nostra civiltà minacciata da oscure epidemie in questi anni? Dalla Peste di Babenco, da Camus, al Tempo dei lupi di Haneke; dagli zombie di Romero al pianeta sterile di Cuaron (I figli degli uomini), non si contano i film che hanno costretto l'umanità a fare i conti con la sua parte peggiore: l'istinto di sopravvivenza, la sopraffazione, l'homo homini lupus che sonnecchia sotto le nostre scricchiolanti democrazie.
La devastante epidemia di cecità immaginata da Saramago poteva sembrare di per sé "cinematografica", ma il fondamento del cinema non è vedere/non vedere, è mostrare/non mostrare, o piuttosto vedere/credere di vedere. Ed è per questo che, malgrado il gran cast e le immagini sofisticate, il film molto cosmopolita del brasiliano Fernando Meirelles, già regista di City of God e del Giardiniere costante, esaurite nel prologo le poche vere idee di cinema (a cosa somiglia
la "soggettiva" di un cieco?), gira intorno a un pugno di ossessioni primarie e in fondo banali, l'amore, la fede, il potere. E la capacità di ascoltare.
Noi stessi e gli altri.
"Forse non siamo diventati ciechi, lo eravamo già", sentenzia l'orbo Danny Glover, che con quella benda su un occhio è un evidente portaparola dell'autore.
"Vedevamo, ma non sapevamo vedere". Chiaro, no? Abbagliata dalla tecnologia e dalla hybris, l'umanità perde il dono più naturale: la vista. Succede in una caotica e imprecisata metropoli multietnica (il cast mescola giapponesi, americani, messicani, canadesi). E poiché lo Stato non sa fronteggiare l'epidemia, ecco i neociechi chiusi in terribili dormitori-lager con cibo scarso, nessuna assistenza e soldati dal grilletto facile.
La barbarie è dietro l'angolo: e se il dottor Mark Ruffalo e la moglie Julianne Moore (l'unica a vederci ancora, all'insaputa di tutti) impongono ai compagni di sventura regole civili, il barman Gael Garcia Bernal, cieco ma armato, sfrutta la situazione taglieggiando gli affamati e stuprando le donne. La metafora è insistita ma anche inerte. Solo perdendo la vista i personaggi vedono finalmente dentro se stessi. Peccato che Meirelles non interroghi mai davvero le immagini contentandosi di fornirci una sceneggiatura illustrata. Bel paradosso per un film intitolato Cecità.

 

Fonte: Il Messaggero (16/05/2008)


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