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Convegno "Trent’anni di integrazione: ieri, oggi, domani": la scuola si adegui alle diverse abilità

Andare oltre l'integrazione, nella prospettiva di una scuola inclusiva: una scuola, cioè, in grado di accogliere tutte le diversità, per evitare che si trasformino in disuguaglianze. All'Istituto «Pietro Sraffa» di Brescia nei giorni 17 e 18 aprile 2008 si è fatto il punto sui traguardi raggiunti e le sfide ancora da percorrere nell'integrazione degli alunni disabili, dopo "Trent'anni di integrazione”, come recita il titolo del convegno organizzato dal coordinamento degli insegnanti specializzati per la ricerca sull'handicap, in collaborazione con Anffas, Airim, Comune, Provincia e Ufficio scolastico provinciale.

Sono passati trent'anni dalla legge 517 del 1977 che aprì un nuovo corso alla disabilità, affermando per la prima volta l'opportunità di inserire i bambini portatori di handicap nella scuola insieme a tutti gli altri (mentre in precedenza venivano dirottati verso scuole speciali).
«Allora c'era il clima giusto per fare questo salto, si era sull'onda del dibattito animato da Franco Basaglia, che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi», ricorda Roberto Medeghini, docente di Pedagogia speciale all'Università di Bergamo. Arrivati agli anni duemila, possiamo prefigurarci un passaggio ulteriore, in termini di integrazione e di risposte ai bisogni?
Innanzitutto va riconosciuto, come hanno fatto gli esperti intervenuti durante il convegno, che l'Italia, in questo settore, è a un livello più avanzato rispetto a molti Paesi europei. «Noi abbiamo puntato sull'integrazione totale, e questo è sicuramente un punto di partenza fondamentale, anche se bisogna rimanere vigili su alcune sbavature che qua e là possono verificarsi (come ad esempio alcuni corsi di studio di formazione-lavoro realizzati dalle Regioni solo per disabili, o le scuole “potenziate” per alunni con un certo grado di disabilità, o la pratica di delimitare l'insegnamento all'aula di sostegno)», dice Medeghini.
La vera svolta sarà abbandonare quei criteri di “normalizzazione” e “compensazione” che ancora tendono a guidare la didattica, partendo quindi dal deficit di cui l'alunno è portatore. «Bisogna lavorare sull'organizzazione scolastica nel suo complesso, in una prospettiva inclusiva, che accolga tutti gli alunni, non solo i disabili. Pensiamo ad esempio a quelli che svettano sugli altri per l'eccellenza, che sono comunque una faccia della stessa medaglia, della medesima “diversità” - spiega ancora Medeghini -. L'idea che deve guidare per il futuro è quella di un insegnamento così flessibile da poter adattarsi a tutti e rispondere alle esigenze di tutti, partendo dall'organizzazione delle lezioni, dei tempi, dall'individuazione dei livelli, e rivedendo anche il ruolo dell'insegnante di sostegno, che non deve più essere una protesi ma un attore del gruppo».
Per Walter Fornasa, docente di Psicologia dell'età evolutiva anche lui all'Università di Bergamo, si tratta di adottare una nuova prospettiva che richiede una diversa lettura culturale della disabilità, che non vada più vista «come carenza, ma come “abilità differente”», facendo integrazione sulla classe, e non più solo sul singolo.


Fonte: Bresciaoggi (Lisa Cesco)


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